Stress ossidativo, infiammazione e radicali liberi: cosa succede realmente nel corpo

Il termine stress ossidativo è oggi uno dei più ricorrenti nella ricerca biomedica e nella divulgazione scientifica legata a metabolismo, infiammazione e invecchiamento cellulare. In letteratura scientifica, viene definito come uno squilibrio tra la produzione di specie ossidanti e la capacità dei sistemi biologici di neutralizzarle, con possibile alterazione dei meccanismi cellulari e delle strutture molecolari fondamentali come lipidi, proteine e DNA . Questo concetto si inserisce all’interno della più ampia biologia redox, che studia l’equilibrio tra processi ossidativi e sistemi antiossidanti nell’organismo.

Stress ossidativo: in sintesi

Lo stress ossidativo è una condizione in cui nell’organismo si crea uno squilibrio tra la produzione di molecole reattive, chiamate radicali liberi, e la capacità del corpo di controllarle. Queste molecole si formano normalmente durante i processi metabolici, soprattutto quando le cellule producono energia, ma possono aumentare in alcune condizioni legate allo stile di vita o a fattori ambientali.

Quando la loro presenza diventa eccessiva rispetto ai sistemi di difesa naturali, possono interferire con il normale funzionamento delle cellule e dei loro componenti, come membrane, proteine e materiale genetico. Questo squilibrio viene associato anche a processi infiammatori, perché i due fenomeni tendono a influenzarsi a vicenda all’interno dell’organismo.

In termini semplici, si può immaginare lo stress ossidativo come una perdita di equilibrio nei meccanismi interni di regolazione cellulare, in cui alcune reazioni chimiche diventano prevalenti rispetto ai sistemi che normalmente le tengono sotto controllo.

Radicali liberi e specie reattive dell’ossigeno (ROS)

I cosiddetti radicali liberi sono molecole o atomi caratterizzati dalla presenza di elettroni non appaiati, condizione che li rende altamente reattivi. In biologia, si parla più correttamente di ROS (Reactive Oxygen Species), ovvero specie reattive dell’ossigeno, che includono:

  • superossido (O₂•−)
  • perossido di idrogeno (H₂O₂)
  • radicale ossidrile (•OH)

Queste molecole si formano naturalmente come sottoprodotti del metabolismo cellulare, in particolare nei mitocondri durante la produzione di energia. In condizioni fisiologiche controllate, i ROS non sono necessariamente dannosi: partecipano infatti anche a processi di segnalazione cellulare e difesa immunitaria.

Quando l’equilibrio si rompe: definizione di stress ossidativo

Lo stress ossidativo si verifica quando la produzione di ROS supera la capacità dei sistemi antiossidanti endogeni di mantenerli sotto controllo.

In questa condizione, le specie reattive possono interagire con componenti cellulari fondamentali come lipidi delle membrane cellulari, proteine strutturali ed enzimatiche, materiale genetico (DNA). Il risultato è una possibile alterazione della funzionalità cellulare e della comunicazione biologica interna . È importante sottolineare che il concetto moderno non descrive solo un danno, ma anche una alterazione del bilancio redox e della segnalazione cellulare.

Infiammazione: una risposta biologica complessa

L’infiammazione è una risposta fisiologica del sistema immunitario a stimoli percepiti come dannosi, come infezioni, lesioni o stress metabolico. Può essere:

  • acuta: risposta breve e protettiva
  • cronica: risposta persistente e meno risolta

A livello cellulare, l’infiammazione coinvolge numerosi mediatori chimici e cellule immunitarie che regolano la risposta dell’organismo. In condizioni di attivazione prolungata, l’infiammazione può associarsi a un aumento della produzione di ROS, creando una connessione funzionale con lo stress ossidativo.

Il legame tra stress ossidativo e infiammazione

Numerosi studi indicano che stress ossidativo e infiammazione non sono fenomeni separati, ma strettamente interconnessi.

Le specie reattive dell’ossigeno possono:

  • attivare vie di segnalazione cellulare legate alla risposta infiammatoria
  • influenzare la produzione di citochine
  • amplificare la risposta immunitaria in alcuni contesti biologici


Allo stesso tempo, i processi infiammatori possono aumentare ulteriormente la produzione di ROS, creando un circuito di retroazione. Questa relazione è oggi considerata uno dei nodi centrali nella comprensione di numerosi processi fisiologici e patologici.

Stress ossidativo e “stress cellulare”: il concetto di equilibrio

La ricerca contemporanea tende a descrivere lo stress ossidativo non solo come condizione patologica, ma come parte di un continuum biologico.

In questo modello si distinguono:

  • eustress ossidativo: livelli fisiologici utili alla segnalazione cellulare
  • distress ossidativo: livelli elevati associati a danno molecolare

Questa distinzione evidenzia che i ROS non sono esclusivamente “negativi”, ma dipendono dal contesto e dall’equilibrio complessivo del sistema biologico .

Conclusione: un equilibrio dinamico, non uno stato fisso

L’organismo umano non funziona in condizioni statiche, ma attraverso un continuo adattamento tra produzione di specie reattive e sistemi di controllo. Lo stress ossidativo e l’infiammazione devono quindi essere interpretati come processi dinamici di regolazione biologica, il cui significato dipende dal contesto, dalla durata e dall’intensità.

In tutto questo, l’ossigeno gioca un ruolo fondamentale: L’importanza dell’ossigeno per la salute

Dormire a sufficienza e sentirsi comunque stanchi? Il problema potrebbe non essere il sonno…

stanchezza cronica e recupero
stanchezza cronica e recupero

Oggi, nella vita contemporanea, la stanchezza non sembra più dipendere soltanto da fatica fisica o da un sonno insufficiente. Sempre più spesso viene descritta come la conseguenza di un sistema nervoso esposto a stimoli continui, che tende a rimanere in uno stato di attivazione anche nei momenti di pausa. L’attenzione si sposta così dal piano del riposo quantitativo a quello della qualità del recupero complessivo.

Stanchezza cronica e recupero

Negli ultimi anni la stanchezza è diventata una condizione sempre più diffusa. Non necessariamente intensa o invalidante, ma continua, sottile, spesso difficile da definire con precisione. Una sensazione che accompagna molte persone nella quotidianità senza trasformarsi in vero e proprio esaurimento e che proprio per questo tende a essere normalizzata.
Sempre più spesso si osserva una discrepanza tra ore di sonno e percezione del recupero: il sonno è presente, talvolta anche in quantità adeguata, ma la sensazione al risveglio non è quella di un pieno ristoro.

Negli ultimi anni questo tema è entrato anche nel dibattito scientifico e divulgativo sul sonno e sul funzionamento del sistema nervoso. Il neuroscienziatoMatthew Walker, docente all’Università della California a Berkeley e autore di Why We Sleep, ha contribuito a riportare l’attenzione sul ruolo centrale del sonno nella salute generale, evidenziando come nei Paesi industrializzati si osservi una riduzione sia della durata sia, in molti casi, della qualità del riposo. All’interno di questo contesto, alcuni fattori ambientali e comportamentali vengono spesso citati come possibili elementi di interferenza: stress cronico, esposizione alla luce artificiale, ritmi irregolari e aumento degli stimoli cognitivi quotidiani.

Una forma di stanchezza meno “lineare”

Per lungo tempo la stanchezza è stata interpretata soprattutto come conseguenza diretta dello sforzo fisico o della mancanza di riposo. Nella realtà contemporanea il quadro appare più sfumato.
Una parte della letteratura sul benessere cognitivo e sullo stress quotidiano descrive una forma di affaticamento che non è esclusivamente fisica, ma coinvolge anche la dimensione mentale e attentiva. L’alternanza continua di stimoli, la frammentazione dell’attenzione e l’uso prolungato di dispositivi digitali vengono spesso indicati come elementi che possono incidere sulla percezione di energia durante la giornata. In questo scenario, anche il concetto di “riposo” tende a diventare meno netto rispetto al passato. I momenti di reale inattività si riducono, mentre cresce la presenza di micro-attività cognitive continue, anche al di fuori degli impegni lavorativi.

Il sonno come processo attivo

Il sonno non è una condizione di semplice inattività. Durante le diverse fasi del riposo, l’organismo attraversa processi complessi di regolazione fisiologica, riorganizzazione delle informazioni e riequilibrio di alcune funzioni neurobiologiche. Alcune ricerche suggeriscono che il sonno svolga un ruolo importante nella gestione della memoria, nella regolazione emotiva e nei processi di recupero generale dell’organismo. In questo senso, la qualità del sonno diventa un elemento centrale tanto quanto la sua durata.
Allo stesso tempo, diversi fattori moderni vengono studiati per il loro possibile impatto su questi processi: esposizione alla luce nelle ore serali, irregolarità dei ritmi quotidiani, sedentarietà e livelli di stress prolungato. Più che una singola causa, emerge quindi un insieme di condizioni che possono influenzare in modo cumulativo la sensazione di recupero.

Il paradosso della stanchezza contemporanea

Un aspetto interessante della condizione attuale è la coesistenza tra comfort diffuso e sensazione di affaticamento. Molte attività quotidiane richiedono meno sforzo fisico rispetto al passato, mentre aumenta il carico cognitivo e decisionale. Alcuni osservatori del comportamento contemporaneo hanno evidenziato come l’esposizione costante a informazioni, notifiche e contenuti digitali possa contribuire a mantenere il sistema attentivo in uno stato di attivazione prolungata, anche al di fuori dei momenti di lavoro. Non si tratta necessariamente di una relazione diretta e univoca, ma di una serie di fattori che possono sovrapporsi e influenzare la percezione generale di energia.

Una nuova attenzione al recupero

Negli ultimi anni si sta affermando un interesse crescente non soltanto verso la performance, ma verso il recupero. Non più solo l’idea di aumentare l’energia disponibile, ma di comprendere meglio le condizioni che ne permettono il ripristino. In questo senso, il sonno rappresenta solo una parte del quadro complessivo. Accanto ad esso, entrano in gioco altri elementi legati allo stile di vita, ai ritmi quotidiani e alla capacità dell’organismo di mantenere un equilibrio funzionale nel tempo. Più che una risposta unica, il tema sembra aprire una domanda più ampia: quali condizioni permettono oggi un recupero realmente efficace?

Stanchezza cronica e Acqua Kaqun: come l’ossigeno biodisponibile aumenta energia e vitalità

Ipossia cellulare e Acqua Kaqun: come aumentare l’ossigenazione dei tessuti

Ipossia cellulare

Ipossia cellulare

L’ipossia cellulare è una condizione in cui i tessuti dell’organismo ricevono meno ossigeno del necessario per svolgere correttamente le funzioni cellulari. Questa carenza può derivare da vari fattori: stili di vita intensi, stress cronico, ambienti con bassa ossigenazione, oppure alterazioni metaboliche e patologiche. La ridotta disponibilità di ossigeno influisce sul metabolismo cellulare, sulla produzione di ATP e sulla capacità di rigenerazione dei tessuti, con possibili effetti su energia, concentrazione e benessere generale. L’acqua Kaqun, sviluppata con oltre 20 anni di ricerca medica e scientifica, è un’acqua ricca di ossigeno stabile e biodisponibile. Studi clinici e pubblicazioni scientifiche mostrano come il consumo regolare di Kaqun possa sostenere fisiologicamente l’ossigenazione dei tessuti, contribuendo al benessere cellulare.

Cos’è Acqua Kaqun e come funziona

Acqua Kaqun non è una semplice “acqua ossigenata”. Grazie a un processo elettromagnetico brevettato, l’ossigeno viene integrato nella struttura molecolare dell’acqua, creando una forma stabile e facilmente assimilabile. La concentrazione può raggiungere 18–25 mg/L di ossigeno biodisponibile. Questa configurazione consente all’ossigeno di essere assorbito attraverso la mucosa gastrointestinale e di raggiungere i tessuti in modo più efficace rispetto all’ossigeno gassoso tradizionale.

Differenze rispetto ad altre acque

  • Ossigeno stabile e non volatile
  • Nessun gas aggiunto artificialmente
  • Biodisponibilità cellulare testata in studi clinici
  • Supporto scientifico consolidato con oltre 20 anni di ricerca (kaqun.hu/scientific-background)

Approfondisci – Perchè Kaqun è differente da tutte le altre acque ricche di ossigeno presenti sul mercato

Ipossia cellulare: cause, sintomi ed effetti

Cause principali

  • Stress e sedentarietà: riduzione della perfusione dei tessuti
  • Inquinamento ambientale o altitudine: minore disponibilità di ossigeno nell’aria
  • Alterazioni metaboliche: iperglicemia, disfunzioni mitocondriali
  • Patologie croniche: malattie cardiovascolari, respiratorie o metaboliche

Sintomi comuni

  • Affaticamento cronico
  • Difficoltà di concentrazione
  • Recupero lento da esercizio fisico o stress
  • Ridotta capacità di risposta immunitaria

Effetti biologici

La mancanza di ossigeno nei tessuti riduce l’attività mitocondriale e la produzione di ATP, portando a uno stato di energia limitata e stress ossidativo. Una migliore ossigenazione cellulare supporta il metabolismo aerobico e il funzionamento delle cellule immunitarie.

Applicazioni pratiche dell’ossigeno biodisponibile

Benessere generale

  • Riduzione dell’affaticamento cronico
  • Migliore energia e concentrazione
  • Supporto alla funzione immunitaria

Sport e performance

  • Miglior metabolismo aerobico
  • Riduzione della produzione di acido lattico
  • Recupero più rapido dopo allenamento intenso

Contesto clinico

  • Supporto fisiologico in condizioni di ipossia subclinica
  • Ottimizzazione dei processi cellulari durante periodi di stress o recupero

FAQ – Domande frequenti

1. Kaqun può sostituire ossigenoterapia o farmaci?
No. Kaqun è un supporto fisiologico e non sostituisce trattamenti medici.

2. Quali sono i benefici scientificamente dimostrati?
Miglioramento dell’attività immunitaria, supporto al metabolismo aerobico e aumento dell’ossigenazione tessutale (PubMed study).

3. Chi può trarre vantaggio dall’acqua Kaqun?
Chiunque voglia migliorare la propria ossigenazione cellulare: sportivi, persone con affaticamento cronico, chi vive in ambienti poco ossigenati.

4. Quanto tempo serve per notare effetti?
Gli studi mostrano effetti osservabili già dopo 21 giorni di consumo regolare.

5. Dove posso consultare gli studi scientifici condotti su Acqua Kaqun?
maggiori?
Tutti gli studi scientifici condotti su Acqua Kaqun sono consultabili nell’apposita sezione presente sul sito.

Come smaltire l’alcol nel sangue: l’acqua ad alto contenuto di ossigeno può aiutare?

Capace di alleviare i sintomi del “dopo sbronza”, l’acqua ad alto contenuto di ossigeno stabile e bio disponibile può avere effetti positivi anche per quanto riguarda la velocità con cui l’organismo riesce a smaltire l’alcol

É noto come l’acqua ricca di ossigeno assunta per bocca ed assorbita attraverso l’apparato digerente aumenti la quantità di ossigeno presente a livello della vena porta. Un  nuovo studio condotto dal College of Pharmacy della Chungnam National University ha indagato come l’acqua ricca di ossigeno possa facilitare l’ossidazione ( e quindi l’eliminazione) dell’alcool nel fegato grazie al maggior apporto di ossigeno attraverso la vena porta.

Guidare con concentrazioni di alcol nel sangue superiori a quelle prescritte per legge può avere gravi conseguenze sia dal punto di vista della sicurezza stradale che delle ripercussioni in fatto di multe e sanzioni. Prima di mettersi al volante dopo aver bevuto, occorre smaltire l’alcol fino a raggiungere i livelli massimi consentiti per legge.

Cos’è il tasso alcolemico

Il tasso alcolemico (TA), o alcolemia, misura la quantità di alcol (etanolo) presente nel sangue. Comunemente espresso in grammi per litro (g/l), questo valore può essere determinato tramite un esame del sangue o, più semplicemente, attraverso l’etilometro, mediante il cosiddetto “alcol test”.

Cosa prescrive il Codice della Strada

Modificato con il recente aggiornamento del Codice della Strada, l’Articolo 186 disciplina la guida in stato di ebbrezza, distinguendo tra quattro possibili scenari:

– TA fino a 0,5 grammi di alcol per litro di sangue;
– TA superiore a 0,5 g/l ma non superiore a 0,8 g/l;
– TA superiore a 0,8 g/l ma non superiore a 1,5 g/l;
– TA superiore a 1,5 g/l;

Il superamento dei limiti sopra descritti comporta, a seconda dei casi, sanzioni più o meno pesanti, fino all’arresto da 8 a 18 mesi e la confisca veicolo.

Quanto tempo occorre per smaltire l’alcol nel sangue?

La risposta dipende da vari fattori, tra cui, oltre alla quantità di alcol assunto, anche l’età, il sesso ed il peso del conducente. Tuttavia, un recente studio ha indagato l’effetto dell’acqua con alti livelli di ossigeno nello smaltimento delle bevande alcoliche. I risultati dimostrano che, poiché l’ossigeno disciolto accelera significativamente la riduzione delle concentrazioni di alcol nel sangue, l’acqua ad alto contenuto di ossigeno stabile può avere effetti positivi sulla velocità con cui l’organismo è in grado di smaltire l’alcol.

Lo studio condotto dal College of Pharmacy della Chungnam National University

Lo studio esamina l’effetto che l’acqua con alti livelli di ossigeno disciolto ha nella velocità con cui l’organismo riesce a smaltire l’alcol nel sangue. Attraverso un esperimento controllato con 15 partecipanti, sono state testate diverse combinazioni di bevande con livelli variabili di ossigeno. I risultati suggeriscono che l’ossigeno disciolto accelera significativamente la riduzione delle concentrazioni di alcol nel sangue. Più nel dettaglio, è stata utilizzata un’analisi non compartimentale per valutare le differenze nei parametri farmacocinetici. Inoltre, sono stati calcolati i tempi necessari affinché il BAC (concentrazioni di alcol nel sangue) scendesse rispettivamente allo 0,05% e allo 0,03%. I risultati delle comparazioni di questi parametri mediante ANOVA sono riportati nella Tabella 2.

Consulta lo studio

Altri Studi su Kaqun

Kaqun, uno studio ne conferma l’utilità per il trattamento di pazienti con diabete Tipo 2

Valutati la sua capacità di aumentare il livello di ossigeno nei tessuti nonché l’effetto protettivo sulla riduzione della massa mitocondriale e della disfunzione mitocondriale indotta dall’iperglicemia, l’acqua Kaqun s’è dimostrata un’efficace terapia adiuvante per il diabete di tipo 2. Ecco i dati emersi da un recente studio 

L’acqua Kaqun aumenta i livelli di ossigeno nel sangue arterioso, sembra avere un effetto protettivo sulla riduzione della massa mitocondriale e della disfunzione mitocondriale indotta dall’iperglicemia e può essere un’efficace terapia adiuvante per il diabete di tipo 2. Queste le conclusioni di uno studio condotto dai ricercatori del Changi General Hospital di Singapore sull’effetto dell’acqua Kaqun.


I ricercatori hanno valutato gli effetti dell’acqua stabilmente arricchita con ossigeno (ELO è il marchio con cui Kaqun viene distribuita in Asia) sui pazienti con diabete di tipo 2 per aumentarne i livelli nel sangue arterioso, sulla funzione mitocondriale in presenza di ambienti con glucosio normale o alto e come terapia ipoglicemizzante negli esseri umani. “Abbiamo dimostrato – spiegano gli autori – che bere acqua arricchita di ossigeno ELO è in grado di aumentare i livelli di ossigeno arterioso. È probabile che l’ossigeno nell’acqua ELO sia stato trasportato attraverso l’intestino nel flusso sanguigno attraverso le acquaporine che trasportano sia acqua che ossigeno. Abbiamo anche scoperto – continuano i ricercatori –  che i tassi di respirazione mitocondriale erano elevati nelle cellule coltivate in acqua ELO, come evidenziato da tassi di consumo di ossigeno più elevati associati alla respirazione basale e alla respirazione legata all’ATP, probabilmente facilitata dall’ambiente arricchito di ossigeno. 

Come anticipato, dalla ricerca è emerso in particolare l’effetto protettivo sulla riduzione della massa mitocondriale e della disfunzione mitocondriale indotta dall’iperglicemia, suggerendo l’uso di acqua Kaqun per il trattamento di pazienti con diabete di tipo 2. “È stato dimostrato – si legge nello studio – che l’inversione dell’ipossia migliora la capacità secretiva dell’insulina, la resistenza all’insulina e la funzione delle cellule beta. Nel nostro studio, l’acqua ELO ha ridotto significativamente l’HbA1c anche nei soggetti con diabete per almeno 10 anni”.

Qui sotto la traduzione in italiano dell’abstract.

NB: la ricerca fa riferimento nello specifico a “ELO water”, brand col quale Kaqun viene commercializzata in Asia. Kaqun Water e ELO Water sono lo stesso prodotto.

Contesto
Il diabete mellito è associato ad un inadeguato apporto di ossigeno ai tessuti. L’ipossia cellulare è associata a disfunzione mitocondriale che aumenta lo stress ossidativo e l’iperglicemia. La terapia di ossigenazione iperbarica, che ha dimostrato di migliorare la sensibilità all’insulina, non è pratica per un uso regolare. Abbiamo valutato gli effetti dell’acqua stabilmente arricchita con ossigeno (acqua ELO) per aumentare i livelli di ossigeno nel sangue arterioso, sulla funzione mitocondriale in presenza di ambienti con glucosio normale o alto e come terapia ipoglicemizzante negli esseri umani.

Metodi
Abbiamo confrontato i livelli di ossigeno nel sangue arterioso nei ratti Sprague-Dawley dopo 7 giorni di ELO ad libitum o consumo di acqua del rubinetto. Test di stress mitocondriale e analisi citofluorimetrica della massa mitocondriale e del potenziale di membrana sono stati eseguiti su cellule HepG2 umane coltivate in quattro terreni Eagle Medium modificati di Dulbecco, realizzati con acqua ELO o acqua normale (controllo), a livelli normali (5,5 mM) o alti ( 25 mM) concentrazioni di glucosio. Abbiamo anche randomizzato 150 adulti con diabete di tipo 2 (età media 53 anni, emoglobina glicata HbA1c 8,9% [74 mmol/mol], durata media del diabete 12 anni) a bere 1,5 litri al giorno di acqua ELO in bottiglia o acqua potabile.

Risultati
L’acqua ELO ha aumentato significativamente la tensione arteriosa dell’ossigeno pO2 (335 ± 26 contro 188 ± 18 mmHg, p = 0,006) rispetto all’acqua del rubinetto. Nelle cellule coltivate in acqua di controllo, la massa mitocondriale e il potenziale di membrana erano entrambi significativamente inferiori con glucosio 25 mM rispetto a glucosio 5,5 mM; al contrario, la massa mitocondriale e il potenziale di membrana non differivano significativamente a concentrazioni di glucosio normali o elevate nelle cellule coltivate in acqua ELO. L’ambiente ad alto contenuto di glucosio ha indotto una maggiore perdita di protoni mitocondriali nelle cellule coltivate in acqua ELO rispetto alle cellule coltivate nel mezzo di controllo con concentrazione di glucosio simile. Negli adulti diabetici di tipo 2, l’HbA1c è diminuito significativamente (p = 0,002) dello 0,3 ± 0,7% (4 ± 8 mmol/mol), con acqua ELO dopo 12 settimane di trattamento, ma è rimasto invariato con il placebo.

Conclusioni
L’acqua ELO aumenta i livelli di ossigeno nel sangue arterioso, sembra avere un effetto protettivo sulla riduzione della massa mitocondriale e della disfunzione mitocondriale indotta dall’iperglicemia e può essere un’efficace terapia adiuvante per il diabete di tipo 2.

Puoi trovare maggiori informazioni sulla correlazione tra diabete e ipossia visitando questa pagina.

 

Chemioterapia e radioterapia: il ruolo dell’ossigeno

Pur ammettendo specifiche differenza da caso a caso, una caratteristica comune alla maggior parte dei tumori è data dai bassi livelli di ossigeno. Come dimostrato da numerose indagini, in condizioni di ipossia i tumori hanno generalmente un comportamento più aggressivo e le cellule tumorali subiscono frequenti mutazioni genetiche, sviluppando in tal modo una straordinaria capacità di diffondersi e, quindi, di portare a metastasi. 

L’ipossia (carenza di ossigeno) nella radio e chemioterapia

L’ipossia a livello del tessuto tumorale non solo porta ad una maggiore aggressività del tumore, ma causa anche una bassa risposta alla chemio e radioterapia.
In particolare, l’efficacia dei farmaci antitumorali è risultata essere ostacolata sia dai bassi livelli di ossigeno che dalle condizioni di acidosi del tessuto corporeo dovute alla glicolisi anaerobica, condiszione anch’essa legata alla carenza di ossigeno. Poiché alcuni farmaci chemioterapici richiedono ossigeno per generare i radicali liberi che uccidono le cellule tumorali, gli stessi farmaci si sono dimostrati essere inefficaci (o meno efficaci) nel caso di un cancro particolarmente ipossico.

Studio: “Effects of hypoxia on human cancer cell line chemosensitivity

Efficacia di farmaci utilizzati nella chemioterapia in condizione di ipossia

Per renderne la consultazione più semplice, riportiamo di seguito la traduzione dell’absctract dello studio “Effects of hypoxia on human cancer cell line chemosensitivity” condotto dai ricercatori Sara Strese, Mårten Fryknäs, Rolf Larsson e Joachim Gullbo integralmente consultabile cliccando qui. 

Metodo
Sono stati testati un panel di 19 farmaci disponibili in commercio: 5-fluorouracile, acriflavina, bortezomib, cisplatino, digitossina, digossina, docetaxel, doxorubicina, etoposide, gemcitabina, irinotecan, melfalan, mitomicina c, rapamicina, sorafenib, talidomide, toscritina e tiracanpazamina, per l’attività citotossica sulle linee cellulari tumorali A2780 (ovarico), ACHN (renale), MCF-7 (seno), H69 (SCLC) e U-937 (linfoma). Parti uguali e parallele delle cellule sono state coltivate a diverse pressioni di ossigeno e dopo 72 ore di esposizione al farmaco è stata ne è stata misurata la vitalità (citotossicità in microcoltura fluorimetrica FMCA).

Resistenza mediata dall’ipossia alla radio e chemioterapia
Le cellule ipossiche, cioè in carenza di ossigeno, possono essere resistenti sia alla radioterapia che alla chemioterapia convenzionale.
Gli studi dimostrano l’impatto negativo dell’ipossia sull’efficacia della radioterapia nel trattamento tumorale e, in particolare, nel caso di carcinoma mammario, carcinoma della testa e del collo e carcinoma della cervice uterina. Esistono diverse teorie non escluse per spiegare il fatto che anche la chemioterapia convenzionale abbia un effetto minore sulle cellule tumorali ipossiche. Il pattern vascolare anarchico caratteristico di molti tumori include cambiamenti di calibro, anse e triforcazioni. Unitamente alla distanza tra cellula e vaso sanguigno, ciò diminuisce sia l’esposizione del farmaco antitumorale che la proliferazione cellulare. Poiché l’effetto citotossico è maggiore nelle cellule in rapida divisione, le cellule tumorali a lenta proliferazione lontane dai vasi sanguigni risultano essere meno sensibili alla chemioterapia. Da momento che l’ipossia coinvolge anche le cellule con bassa espressione di p53, di conseguenza l’apoptosi indotta da p53 risulta conseguentemente ridotta nelle cellule ipossiche. Inoltre, in un ambiente normossico (cioè con normali livelli di ossigeno), le lesioni al DNA causate da alcuni farmaci antitumorali sono più permanenti, mentre in un ambiente ipossico si verificano livelli più elevati di ripristino e guarigione. 

Leggi anche – Ipossia tumorale

Infertilità femminile e maschile: il ruolo dell’ipossia

infertilità

Numerosi studi dimostrano la stretta correlazione tra ipossia e disturbi dell’infertilità sia maschile che femminile

infertilità

Infertilità femminile e ipossia

Una condizione di ipossia cronica può facilmente portare all’infertilità in molti soggetti di sesso femminile. La fertilità risulta infatti ridotta anche nelle donne – così come in molte altre specie animali domestiche di sesso femminile – che risiedono in ambienti di alta quota con bassi livelli di ossigeno. In base ad uno recente studio è emerso per esempio che l’esposizione delle pecore all’ipossia da alta quota ha una notevole capacità di influire sullo sviluppo e sulla funzione del “corpo luteo”, struttura vitale dell’ovaio che produce gli ormoni necessari alla gravidanza. Senza un corpo luteo funzionante, la gravidanza non può avere successo. 

Attraverso un ulteriore studio condotto dai ricercatori della Yale School of Medicine sulla riduzione della fertilità femminile legata all’età, gli scienziati hanno scoperto che nelle donne di età superiore ai 40 anni l’ipossia può provocare danni alle ovaie. “Alcune donne rimandano la gravidanza, ma con l’età le cellule del cumulo che circondano e nutrono l’ovulo iniziano a morire; abbiamo scoperto che ciò è causato dalla mancanza di ossigeno”, ha affermato il dott. Pasquale Patrizio, direttore del Centro di fertilità di Yale e professore presso il Dipartimento di ostetricia, ginecologia e scienze della riproduzione.

Infertilità maschile e ipossia

Uomini e animali di sesso maschile producono ogni giorno un elevato numero di spermatozoi: questa produzione di sperma (spermatogenesi) nel testicolo richiede una notevole quantità di ossigeno. Studi sui ratti hanno dimostrato che l’ipossia cronica al testicolo conduce all’oligospermia, cioè ad un basso numero di spermatozoi nel testicolo.
Attraverso uno studio condotto su di un campione di alpinisti, vale a dire su soggetti che trascorrono lunghi periodi ad alta quota, dove i livelli di ossigeno sono più bassi, i ricercatori hanno inoltre documentato che il numero di spermatozoi si abbassava notevolmente rispetto ai livelli pre- partenza, rimanendo molto basso anche al termine della spedizione – quindi una volta tornati al livello del mare – per un periodo superiore ai 6 mesi. L’effetto è tuttavia reversibile ed il numero di spermatozoi ritorna quello di prima dopo circa 2 anni: lo studio conclude quindi che l’ipossia è responsabile della riduzione del numero di spermatozoi di tali soggetti. 

Attraverso uno studio condotto dal Department of Psychobiology dell’Università di Sao Paolo, in Brasile, i ricercatori hanno recentemente indagato la relazione tra apnea ostruttiva del sonno (OSA) e fertilità maschile, scoprendo che le interruzioni intermittenti della respirazione (episodi di riduzione dell’apporto di ossigeno e segno distintivo dell’apnea notturna) sono spesso associate a una ridotta fertilità. È stato inoltre scoperto che l’ipossia associata all’ostruzione delle vie aeree nei pazienti con OSA è anch’essa un importante fattore in grado di concorrere alla riduzione della fertilità.

Simili studi dimostrano la stretta correlazione che intercorre tra una condizione di ipossia, cioè di carenza di ossigeno, e l’insorgenza di numerose problematiche a livello dell’infertilità sia femminile che maschile. Pertanto, contrastare eventuali condizioni di ipossia si dimostra essenziale per ripristinare le funzioni biologiche legate alla fertilità. 

> Approfondisci: ipossia, cos’è e a cosa è dovuta

Carenza di ossigeno al cuore – sintomi e conseguenze

ossigeno al cuore

ossigeno al cuore


Mancanza di ossigeno al cuore
Le cellule del cuore sono molto sensibili alla mancanza di ossigeno: per pompare ininterrottamente, 24 ore al giorno, tutti i giorni di tutta la vita, il cuore richiede infatti un costante apporto di energia e, quindi, di ossigeno. Tuttavia, poiché il cuore non dispone di una particolare “riserva” di ossigeno, il carente afflusso o la mancanza di sufficiente ossigeno si dimostra una condizione particolarmente seria.

Sistema cardiovascolare
Il sistema cardiovascolare, noto anche come sistema circolatorio, comprende cuore, arterie, vene, capillari e sangue. Il cuore è letteralmente la pompa che spinge il sangue attraverso la rete dei vasi sanguigni, cioè l’insieme dei “tubi” di varie dimensioni (arterie, vene e capillari) che gli consentono di raggiungere i diversi distretti del corpo. 
Fornire ossigeno al corpo è la funzione principale e più importante del sistema cardiovascolare: il cuore e la rete di vasi sanguigni sono infatti il sistema di trasporto che garantisce il costante afflusso di ossigeno alle cellule.

La richiesta energetica del cuore
Sebbene tutte le cellule richiedano ossigeno, le cellule cardiache sono, insieme a quelle cerebrali, le più sensibili all’ipossia e, se private dell’ossigeno di cui necessitano, cominciano a morire nel giro di pochissimi minuti. Il cuore da solo, per funzionare, richiede ed utilizza dal 5 al 20% del quantitativo totale di ossigeno a disposizione dell’organismo. Se non ricevono abbastanza ossigeno, le cellule del muscolo cardiaco muoiono entro 20 minuti. Quindi, l’ipossia causata da un’ostruzione delle arterie si dimostra particolarmente grave, se non letale, sia per il cuore che per il cervello.

Malattie cardiovascolari: infarto e attacco di cuore
In base ai dati diffusi dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), le malattie cardiovascolari sono la prima causa di morte al mondo. Per CVD, s’intendono generalmente condizioni che riguardano l’ostruzione dei vasi sanguigni e quindi un carente afflusso di ossigeno al cuore, con conseguente dolore toracico (angina) infarto e ictus).

Cosa succede durante un infarto o un attacco di cuore? 
L’infarto si verifica quando un’arteria coronaria ristretta si “blocca” improvvisamente a causa di un coagulo di sangue, interrompendo così l’apporto di ossigeno al cuore, le cui cellule soffrono di “ipossia immediata” (Cellular Pathways of Death and Survival in Acute Myocardial Infarction – Department of Physiology, Brody School of Medicine, East Carolina University, Greenville, NC, USA).

Senza ossigeno, le cellule cardiache passano alla glicolisi anaerobica per generare energia, producendone un quantitativo 16 volte inferiore rispetto a prima. A causa di questa improvvisa “crisi energetica”, le cellule cominciano rapidamente a morire. Se entro un’ora non viene ristabilito l’afflusso di sangue ricco di ossigeno al cuore, le cellule muoiono e il cuore smette di funzionare correttamente diminuendo a sua volta la fornitura di ossigeno al corpo (insufficienza cardiaca). Se i danni sono eccessivamente estesi, il cuore smette di battere ed il soggetto muore. 

> Ipossia: cos’è e come contrastarla

Ipossia cerebrale: carenza di ossigeno al cervello e ictus

Ipossia cerebrale

Ipossia cerebrale, ovvero carenza di ossigeno al cervello
Le cellule del cervello sono particolarmente sensibili alla mancanza di ossigeno. Pur essendo un organo particolarmente “attivo” dal punto di vista metabolico, il cervello non dispone infatti di alcuna particolare “riserva di ossigeno” (Hypoxia, Ischemic Stroke, and Memory Defcits:Prospects for Therapy – Miao-Kun Sun).

L’ossigeno è fondamentale alle cellule cerebrali, la cui funzione è quella di trasmettere i segnali elettrici che coordinano la funzione di tutti gli organi, consentono il movimento e “orchestrando” tutte le altre funzioni corporee all’interno di un organismo vivente. Tali attività, fondamentali alla vita stessa, sono ad alta richiesta energetica. In particolare, cellule “ad alto funzionamento” come quelle celebrali e cardiache, richiedono per funzionare un costante ed elevato quantitativo di energia. 

Questo è il motivo per cui l’ipossia cerebrale si dimostra una condizione particolarmente seria per le funzioni celebrali.

> Ipossia – cos’è e come contrastarla

Ipossia cerebrale e malattie cardiovascolari: infarto e ictus
Secondo l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), le malattie cardiovascolari (CVD) sono la prima causa di morte nel mondo: ci sono più persone che muoiono ogni anno per CVD che per qualsiasi altra causa. Con malattie cardiovascolari ci si riferisce generalmente a condizioni che riguardano l’ostruzione dei vasi sanguigni con conseguente dolore toracico (angina), infarto o ictus. 

Ipossia cerebrale e ictus
L’ictus
si verifica quando un’arteria cerebrale ristretta si “blocca” improvvisamente a causa di un coagulo di sangue, interrompendo così l’apporto di ossigeno. Sebbene il meccanismo sia molto simile a quello di un infarto o di un attacco di cuore (che si verifica generalmente quando a bloccarsi è un’arteria coronaria), l’ipossia cerebrale può essere un problema anche più grave poiché le cellule cerebrali muoiono ancor più velocemente di quelle cardiache. L’interruzione del regolare flusso di ossigeno al cervello porta ad una rapida morte cellulare, con conseguenti danni permanenti alle regioni del cervello interessate. 

A seconda della regione del cervello interessata, un ictus può provocare una serie di problemi neurologici differenti, come perdita della capacità di muovere un arto, di parlare o di vedere, fino alla perdita di coscienza (coma) e alla morte. 

> Acqua Kaqun contrasta l’ipossia – come funziona e quando è indicata

Quali sono i rischi per la salute e le patologie connesse all’ipossia?

Diabete - ipossia

L’ossigeno è fondamentale per ogni cellula del nostro corpo.
Senza ossigeno le cellule non possono produrre energia ed il loro metabolismo diventa meno efficiente.

Dal cancro al diabete, dalla steatosi epatica all’acne, l’ipossia è una condizione alla base di numerosi patologie, alcune delle quali anche molto gravi.

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L’IPOSSIA E I SUOI EFFETTI SULLA SALUTE

INDICE del libro

  • Perché l’ossigeno è così importante?
  • Cos’e’ l’ipossia?
  • La correlazione tra ipossia e diabete 
  • L’ipossia è la migliore amica del cancro
  • Steatosi epatica e ipossica
  • in che modo l’ipossia è coinvolta in infarti e ictus 
  • Una ferita soffre di più quando c’è ipossia
  • L’ipossia influenza anche la fertilità
  • Ipossia e disfunzione erettile
  • Ipossia e disordini/dolori mestruali
  • L’ipossia innesca l’acne!

Ipossia è un termine medico utilizzato per descrivere una condizione in cui i tessuti corporei non ricevono abbastanza ossigeno. In altre parole, ipossia significa letteralmente bassi livelli di ossigeno nel corpo. L’ipossia può dipendere da vari fattori ed è una condizione riscontrabile in moltissime persone e associata a numerose e differenti condizioni patologiche.

L’ipossia può essere causata da diminuzione dell’ossigeno nell’aria, da ridotta capacità del sangue di trasportare ossigeno ai tessuti degli organi (come nei casi di anemia, talassemia, grave emorragia o arterie o capillari ostruiti), da ridotta capacità dei tessuti di assorbire l’ossigeno (come nel caso delle malattie polmonari) o, ancora, da ridotta capacità delle cellule di utilizzare l’ossigeno (come avviene nel caso di avvelenamento da monossido di carbonio o di anormale funzione mitocondriale).

All’interno di ogni cellula ci sono migliaia di piccole “centrali elettriche” chiamate mitocondri che generano energia sotto forma di ATP. Affinché queste centrali possano generare le molecole di ATP attraverso il processo della fosforilazione ossidativa (OXPHOS), è necessario un generoso apporto di ossigeno.

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L’importanza dell’ossigeno per la salute. Studi e ricerca

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