Stanchezza cronica: scoperto un possibile legame biologico tra cinque malattie

Long Covid, sindrome da stanchezza cronica, stress post-traumatico, artrite reumatoide e sclerosi multipla: secondo una nuova ricerca, queste condizioni potrebbero condividere alcune alterazioni nei meccanismi che regolano immunità e metabolismo cellulare. Una scoperta che riporta l’attenzione sui mitocondri, sulla produzione di energia e sull’importanza dell’ossigeno per il nostro organismo.

Sentirsi costantemente esausti, anche dopo una notte di riposo, può essere il sintomo di qualcosa di molto più complesso della semplice stanchezza. In alcuni casi, infatti, l’affaticamento persistente è associato ad alterazioni dei processi biologici che permettono alle cellule di funzionare correttamente e produrre energia.
A suggerirlo è una ricerca pubblicata sul Journal of Translational Medicine il 22 agosto 2026, realizzata da un gruppo internazionale di ricercatori dell’University of East Anglia, Oxford BioDynamics, London School of Hygiene & Tropical Medicine e Cornwall Partnership NHS Foundation Trust.
Lo studio ha individuato possibili meccanismi biologici condivisi da cinque patologie molto diverse, mettendo in evidenza il ruolo delle reti di regolazione immunitaria, della funzione mitocondriale e del metabolismo energetico.

Cinque malattie diverse, alcuni meccanismi in comune

Le condizioni prese in esame sono la sindrome da stanchezza cronica (ME/CFS), il Long Covid, il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), l’artrite reumatoide e la sclerosi multipla.
Si tratta di malattie con origini e caratteristiche differenti. Eppure, possono presentare sintomi comuni, tra cui affaticamento persistente, difficoltà di concentrazione, disturbi cognitivi e alterazioni del funzionamento del sistema immunitario.
Per comprendere le possibili connessioni, i ricercatori hanno utilizzato una tecnologia di analisi genomica tridimensionale, denominata EpiSwitch, integrando dati genetici e informazioni sulle interazioni tra geni e proteine.

Il risultato è interessante: le cinque patologie condividono relativamente pochi geni direttamente associati alla malattia, ma mostrano connessioni significative nelle reti biologiche che ne regolano il funzionamento. In altre parole, pur avendo cause differenti, potrebbero coinvolgere alcuni degli stessi sistemi di regolazione cellulare.
Tra i processi identificati figurano la risposta infiammatoria, l’attività dei linfociti T, la regolazione del metabolismo e la funzione dei mitocondri.

Mitocondri ed energia cellulare: un ruolo centrale

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda proprio i mitocondri, piccoli organelli presenti nelle cellule e responsabili di gran parte della produzione di ATP, la molecola che fornisce energia alle attività dell’organismo.

Per svolgere questa funzione, i mitocondri utilizzano i nutrienti attraverso una serie di reazioni biochimiche nelle quali l’ossigeno svolge un ruolo fondamentale. Quando questi processi vengono alterati, la capacità delle cellule di gestire e produrre energia può risultare compromessa.
Lo studio individua possibili punti di contatto tra i meccanismi coinvolti nella regolazione metabolica e quelli che controllano l’attività immunitaria. In particolare, vengono evidenziate alcune reti di segnalazione cellulare, tra cui quelle associate alla proteina mTOR, coinvolta nella regolazione della crescita e del metabolismo. Questo potrebbe contribuire a comprendere perché condizioni molto diverse possano accompagnarsi a una sensazione di esaurimento profondo e persistente.

Non significa, però, che tutte queste malattie siano causate da una carenza di ossigeno o che presentino un unico meccanismo responsabile della stanchezza.

Una nuova strada per la ricerca sulla stanchezza cronica

I risultati aprono prospettive interessanti soprattutto dal punto di vista diagnostico.
Individuare reti biologiche comuni potrebbe infatti aiutare, in futuro, a sviluppare marcatori capaci di riconoscere determinate alterazioni e a identificare nuovi possibili bersagli terapeutici.
Occorre tuttavia prudenza: lo studio è basato prevalentemente su analisi genomiche e computazionali. I collegamenti individuati dovranno essere verificati attraverso ulteriori ricerche indipendenti e sperimentazioni cliniche.

Rimane comunque un’indicazione importante: la stanchezza persistente può essere il risultato di processi biologici complessi, che coinvolgono contemporaneamente metabolismo, sistema immunitario e regolazione neurologica.
Una prospettiva che invita a guardare oltre il semplice numero di ore trascorse a dormire. Come approfondito anche nel nostro articolo dedicato al rapporto tra stanchezza cronica e qualità del recupero, sentirsi riposati dipende da numerosi meccanismi fisiologici, non soltanto dalla durata del sonno.

Ossigeno, metabolismo cellulare e il contributo della ricerca Kaqun

Tra gli elementi fondamentali per il metabolismo energetico c’è dunque l’ossigeno, indispensabile per la respirazione cellulare aerobica e per la produzione efficiente di ATP.

Una disponibilità insufficiente di ossigeno nei tessuti, condizione conosciuta come ipossia, può compromettere queste funzioni. Tuttavia, una disfunzione mitocondriale non implica necessariamente una carenza di ossigeno: il problema può riguardare anche la capacità delle cellule di utilizzarlo correttamente.
È in questo ambito di studio dell’ossigenazione e delle sue possibili applicazioni che si inserisce la ricerca su Acqua Kaqun, un’acqua caratterizzata da un elevato contenuto di ossigeno disciolto, sviluppata con l’obiettivo di studiare nuove modalità di apporto di ossigeno all’organismo.

Un interessante contributo scientifico arriva in tal senso da uno studio pubblicato nel 2021 sulla rivista PLOS ONE, nel quale i ricercatori del Changi General Hospital di Singapore e di altri istituti hanno analizzato gli effetti dell’acqua ELO, marchio con cui Kaqun viene commercializzata in Asia.
La ricerca ha valutato la risposta mitocondriale in colture cellulari, l’ossigenazione arteriosa in modelli animali e alcuni parametri metabolici in 150 adulti con diabete di tipo 2. I risultati hanno evidenziato cambiamenti favorevoli in alcuni indicatori studiati, tra cui una riduzione dell’emoglobina glicata nel gruppo trattato con acqua ELO.

Per conoscere meglio queste ricerche è possibile consultare la sezione studi scientifici su Acqua Kaqun e il nostro approfondimento dedicato al rapporto tra stanchezza cronica, ossigeno ed energia cellulare.

Come l’intestino contribuisce all’ossigenazione del corpo

Negli ultimi anni l’idea che l’ossigeno possa entrare nell’organismo anche attraverso il tratto digestivo è tornata al centro dell’attenzione scientifica. Il motivo è semplice: diversi studi sperimentali suggeriscono che l’intestino non sia soltanto un organo digestivo, ma possa contribuire allo scambio di gas con il sangue. Alcune ricerche mostrano infatti come l’ossigeno presente nel tratto gastrointestinale possa diffondersi nei capillari intestinali, contribuendoall’ossigenazione sistemica. Vediamo cosa emerge dalla letteratura scientifica.

L’ossigeno ingerito può entrare nel sangue

Uno degli studi più citati sull’argomento è quello condotto da W. Forth e O. Adam sull’assorbimento intestinale di ossigeno. In questo lavoro sperimentale, pubblicato sull’European Journal of Medical Research, i ricercatori hanno somministrato a conigli acqua arricchita di ossigeno e misurato la pressione parziale di ossigeno nel sangue.
I risultati indicano che una parte dell’ossigeno disciolto può attraversare la mucosa gastrointestinale e raggiungere la vena porta, dimostrando che il tratto digestivo è in grado di trasferire ossigeno al sistema circolatorio.

Studio:
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/11726308/

Cosa succede quando si beve acqua ricca di ossigeno

Altri studi hanno cercato di capire se il consumo di acqua con concentrazioni elevate di ossigeno disciolto possa produrre effetti fisiologici misurabili nell’uomo. Un trial pubblicato sulla rivista Clinical Nutrition ha fatto assumere per alcune settimane acqua con contenuto di ossigeno molto elevato rispetto a quello normalmente presente nell’acqua potabile. Lo studio, che non ha rilevato effetti tossici, ha di contro osservato alcune modifiche temporanee nei marcatori biologici legati allo stress ossidativo e al sistema immunitario. 

Studio:
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S026156140400216X

Cosa succede nello stomaco: le osservazioni con la risonanza magnetica

Un altro filone di ricerca ha utilizzato tecniche di imaging per osservare direttamente il comportamento dell’ossigeno nello stomaco dopo l’ingestione di acqua supersatura.
In particolare, uno studio pubblicato su Magnetic Resonance Imaging ha mostrato che l’ossigeno disciolto può rimanere nello stomaco abbastanza a lungo da modificare localmente i livelli di ossigenazione nel tratto digestivo. Questo dato è interessante perché indica che il gas non si disperde immediatamente prima di arrivare allo stomaco, rendendo possibile un certo grado di assorbimento.

Studio:
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0730725X04000591

Un precedente storico: i “cocktail di ossigeno”

L’idea di introdurre ossigeno attraverso il tratto digestivo non è nuova. Già negli anni ’60, nell’Unione Sovietica, furono infatti sviluppati i cosiddetti “oxygen cocktail”: bevande o schiume arricchite di ossigeno utilizzate in sanatori e strutture sanitarie. Queste preparazioni venivano impiegate per diverse condizioni legate all’ipossia, come malattie polmonari o affaticamento cronico. Benchè la letteratura occidentale abbia per anni considerato queste applicazioni con una certa cautela, rappresentano oggi uno dei primi tentativi sistematici di ossigenoterapia enterale.

Approfondimento:
https://en.wikipedia.org/wiki/Oxygen_cocktail

Revisioni scientifiche recenti

Aumentare l’ossigeno nelle cellule

Negli ultimi anni alcuni gruppi di ricerca hanno ripreso il tema. Una revisione pubblicata nel 2020 sugli effetti biologici dell’acqua arricchita di ossigeno conclude che queste soluzioni potrebbero contribuire alla compensazione di stati ipossici in determinate condizioni fisiologiche.
Va comunque sottolineato che il campo di ricerca è ancora limitato e richiede studi clinici più ampi e indipendenti.

Studio:
https://vietnamjournal.ru/0016-9900/article/view/638454

Il tema è tornato alla ribalta anche grazie a ricerche molto recenti sulla cosiddetta ventilazione enterale, cioè l’idea di utilizzare l’intestino come superficie alternativa per lo scambio di gas. Esperimenti su animali hanno dimostrato che, in condizioni di ipossia grave, l’introduzione di ossigeno nel colon può aumentare l’ossigenazione del sangue e migliorare la sopravvivenza. Queste ricerche confermano un principio fisiologico importante: la mucosa intestinale è capace di trasferire gas nel sistema circolatorio.

Studio:
https://journals-plos-org.translate.goog/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0254619&_x_tr_sl=en&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it&_x_tr_pto=sc

Una frontiera di ricerca ancora aperta

Nel complesso la letteratura scientifica suggerisce tre conclusioni principali:

  • l’ossigeno presente nel tratto digestivo può diffondere nei capillari intestinali;
  • liquidi contenenti ossigeno disciolto possono modificare localmente i livelli di ossigenazione;
  • l’intestino possiede, almeno in parte, la capacità di funzionare come superficie di scambio gassoso.

Come accennato, si tratta di un campo di ricerca ancora in evoluzione. Molti aspetti devono essere chiariti con studi clinici più ampi, ma le evidenze disponibili indicano che l’interazione tra ossigeno ingerito e fisiologia umana merita di essere studiata con maggiore attenzione. Da qui l’impegno di Kaqun nel campo della ricerca medica e scientifica sul contrasto all’ipossia. 

Come fa la cellula ad assorbire ossigeno dia liquidi?

assorbire ossigeno dall'acqua

Le cellule di un organismo vivente sono immerse e circondate dal liquido interstiziale, soluzione acquosa attraverso la quale i nutrienti e le sostanze di scarto passano dal sangue ai tessuti e viceversa. Non tutte le cellule di un tessuto  sono infatti direttamente a contatto con i capillari sanguigni che lo vascolarizzano: alcune di esse sono distanti anche sessanta cellule dal capillare più vicino. La funzione del liquido interstiziale è perciò quella di “mediare” tra il capillare e la cellula, permettendo lo scambio di sostanze e nutrimenti, ossigeno compreso.

Dr. Sandor Kulin – 7° International Kaqun Water Conference –  Royal Society of Medicine – Londra 8/12/2018

Per approfondire:
https://www.acquakaqun.it/2019/04/15/come-puo-la-cellula-assorbire-ossigeno-dai-liquidi/